Mi sono laureato a 27 anni, un mese e 15 giorni, quindi tecnicamente non rientro nella definizione così categorica del vice ministro del Welfare Martone.
Eppure mi sento comunque offeso da questa sua espressione, non tanto e non solo per il mancato rispetto di tutti quei poveri disgraziati che devono lavorare per mantenersi gli studi che non garantiranno loro un bel fico secco se non sono figli, che so, di un noto giudice e amico di famiglia di un esponente di spicco di un partito che ha guidato il paese per circa 17 anni, o per l’idiozia della definizione stessa, rilasciata pubblicamente e giustamente amplificata da tutti i media.
Mi sento offeso per l’ennesima dimostrazione di quanto sia facile che nel nostro paese una persona del tutto priva di buonsenso arrivi a ricoprire un ruolo tutto sommato importante come quello di vice di un dicastero, al di là del curriculum sbandierato vistosamente; dubito fortemente che una persona capace di rilasciare quelle dichiarazioni, sia in grado di scegliere il meglio quando ricopre le sue funzioni pubbliche.
Avevo 14 anni quando esplose il fenomeno rock dei Dire Straits, almeno in Italia. In Inghilterra erano già sulla cresta dell’onda da qualche anno, ma in Italia il grande successo da hit parade per i Dire Straits arrivò prima con i singoli Romeo & Juliet e Tunnel of Love (da Making Movies) e poi con Private Investigation e la lunghissima Telegraph Road da Love Over Gold. Non solo nella loro musica, ma anche nel loro look i Dire Straits avevano qualcosa che li distingueva dal resto della massa cantante che cominciava a far largo uso di videoclip per i loro brani: erano lontanissimi dalle cotonature pop dei gruppi come Duran Duran o Spandau Ballet, e dagli eccessi dei gruppi di glam rock come i Boston e gli Scorpion, in gran voga in quel periodo; apparivano anche meno “puliti” dei supergruppi come i Chicago, gli Eagles o i Supertramp; la loro musica non era enfatica e barocca come quella di Pink Floyd, degli Yes o dei Genesis: trasudavano rock dei bassifondi delle metropoli inglesi, trasandati il giusto da non sembrare drogati ma tutto sommato dalla faccia pulita.
Ovviamente dubito che qualcuno si ricordi i nomi degli altri componenti del gruppo, che già allora erano messi in ombra da quel magro chitarrista dal nasone triste e dagli occhi chiari, ma soprattutto venivano annichiliti di fronte al modo apparentemente calmo e tranquillo di suonare la chitarra ad una velocità impressionante senza plettro e soprattutto con un inconfondibile tocco blues: gli assoli di Mark Knopfler con i Dire Straits sono stati la cosa più ambita per chi in quegli anni si avvicinava alle sei corde.
Intorno ai miei 18 anni uscì Brothers In Arms, che probabilmente è il disco che in assoluto ho copiato di più ai miei compagni di scuola e ai miei amici, ma quelli non erano più i Dire Straits che mi avevano colpito, e quelli che seguirono (un solo album, On Every Street, molti anni dopo e praticamente ignorato) erano già qualche altra cosa.
Continuai per caso a seguire Mark Knopfler nelle sue uscite da solita, direi assai insolite (colonne sonore, duetti con star del country come Chet Atkins e Hammilou Harris, oppure come “ricercato” nei Notting Hillbillies o come cantante irish folk insieme ai Chieftains), ma il meglio di sé, per le mie corde, lo ha dato con i suoi dischi ufficiali da solista.
Dovessi sceglierne uno, avrei qualche difficoltà, perché nessuno è assolutamente straordinario, eppure tutti, in un modo o nell’altro contengono delle perle, in cui la voce calda e un po’ calante di Mark Knopfler, insieme al suo inconfondibile tocco a dita nude sulle corde delle sue chitarre, brilla di luce propria.
In effetti nei dischi da solista Knopfler ha virato bruscamente verso un rock blues con tinte country che a volte si macchiano di sonorità celtiche (Border Reiver, ad esempio, oppure Darling Pretty). Ogni album ha una sua hit da far ascoltare in radio e colpire immediatamente, ma le gemme di questi album si trovano tra le cosiddette “B sides” (anche se non ci sono più i 45 giri da girare sul piatto), a volte nemmeno incluse negli album.
Ve ne propongo una, contenuta nell’album “Shangri-la” ma da me rivalutata nell’ascolto dell’EP “The Sucker Row”, “Bakc to Tupelo”, in cui ci sono tutti gli elementi sopra citati per amare la sua musica: voce calda, chitarra folk-blues di sottofondo e una chitarra elettrica malandrina suonata da dita felpate a fare da controcanto:
Nei giorni in cui facevo la spola per l’ospedale per la nascita del mio Raffaele, avevo messo in macchina questa a ripetizione:
perché il nostro chitarrista non si diverte solo ad ammaliare con voce soffice e chitarra suadente, ma di tanto in tanto scrive anche testi notevoli, per chi non lo avesse già notato dai tempi di Romeo & Juliet o, ancor prima, di Angel of Mercy.
Cercate queste piccole perle, non riuscirete più a farne a meno: se posso permettermi, vi suggerisco anche una playlist, da mettere in un CD e ascoltare in macchina nei vostri viaggi, quando volete cullare i vostri bambini, o semplicemente rendere più piacevole il vostro viaggio:
1) Darling Pretty
2) Are We in Trouble Now
3) Done With Bonaparte
4) Je suis desolé
5) What It Is
6) Sailing To Philadelphia (in un duetto splendido con James Taylor a gara a chi ha la voce più calda e avvolgente)
7) Speedway to Nazareth Silvertown Blues
9) Why Aye Man
10) The Ragpicker’s Dream
11) Quality Shoes
12) Ole Pigweed
13) Sucker Row
14) Back To Tupelo
15) Postcard From Paraguay
16) Don’t Crash The Ambulance
17) True Love Will Never Fade
18) Heart Full Of Holes
19) Punish The Monkey
20) Madame Geneva’s
21) Border Reiver
22) You Can’t Beat the House
23) Get Lucky
24) Pipers To The End
25) Camerado
26) Gravy Train
27) What Have I Got To Do
28) Small Potatoes
29) Sweet Dreams
30) Yakety Axe
31) The Next Time I’am In Town
32) Poor Boy Blues
33) Your Own Sweet Way
34) Feel like Going Home
35) The Lily Of The West
36) Going Home
I brani da 1 a 4 sono su Golden Heart
I brani da 5 a 8 sono su Sailing to Philadelphia
I brani da 9 a 12 sono tratti da The Ragpicker’s Dream
I brani da 13 a 16 sono tratti da Shangri-La
I brani da 17 a 20 sono tratti da Kill To Get Crimson
I brani da 21 a 24 sono tratti da Get Lucky
I brani da 25 a 28 sono chicche trovate come B Sides di vari CD singoli, che difficilmente troverete anche in rete, ma vale la pena di cercare bene.
I brani da 29 a 32 sono tratti dall’album Neck to Neck, insieme con Chet Atkins e solo Yakety Axe (la musica del Benny Hill Show) suonata da questi due vale la spesa del disco
I brani 33 e 34 sono tratti dall’albume Missing… Presumed Having Good Times dei Notting Hillbillies
Il brano 35 è tratto dall’album “The Black Veil” dei Chieftains
Il brano 36 è il tema principale del film “Local Hero”, la cui colonna sonora è stata scritta da Mark Knopfler.
Ok, per chi non ha in macchina un lettore di mp3, ci vorranno almeno 2 CD, ma credetemi ne vale la pena
Nel dedicare a tutte le donne una bellissima canzone (anche se scritta da un uomo), vorrei augurare a tutti papà del mondo di provare la gioia della nascita di una figlia femmina, non perché tale gioia sia diversa da quella per un maschietto, ma perché avranno modo nella loro vita di apprezzare ancora di più quello che sono in grado di fare le donne, e per questo rispettarle tutte un po’ di più. Dubito seriamente che noi uomini, nonostante ci facciamo spesso belli della nostra forza, potremmo mai sopportare quello che una donna deve affrontare durante un parto.
Prima premessa: la cosa meravigliosa dei negozi di dischi è che per conoscerne il contenuto non è strettamente necessario leggere i risvolti di copertina come si fa per un libro: spesso il contenuto dei dischi si può ascoltare da apposite macchine appesi ai muri, o nei casi più raffinati, vicino alle casse viene esposto il disco che sta passando nel lettore in quel momento; in ogni caso, è sempre possibile chiedere ai commessi.
Seconda premessa: ho sempre amato ciondolare dentro le grandi librerie e nei grandi negozi di dischi e quando i negozi Ricordi Mediastore o le Messaggerie Musicali furono inglobati rispettivamente da Feltrinelli e Mondadori per creare catene di negozi in cui si vendeva di tutto, raggiunsi il mio nirvana spendaccione. Ho passato ore, letteralmente, dentro quei negozi, all’uscita dell’ufficio, godendo solo dello sfogliare libri o dischi dagli scaffali.
Queste due premesse sono doverose per spiegare come sono arrivato a conoscenza dell’album che contiene il brano di cui voglio parlare in questo articolo.
Ero intento nel ciondolamento sintetizzato nella seconda premessa, intento nel frugare tra gli scaffali del negozio Ricordi-Feltrinelli di via del Corso (quello vicino piazza del Popolo, specializzato in audio, video e strumenti musicali: niente libri, a differenza del mega negozio della galleria Alberto Sordi, un po’ più avanti) e mentre vagavo alla ricerca di un disco dei Nonsoché (gruppo di cui ho centinaia di album, peraltro), veniva passato nel sistema di diffusione un brano a me ignoto ma che solleticava le mie corde di amante del blues: c’era una bella melodia, un’ottima chitarra e una voce scartavetrata il giusto, tanto da sembrare uno Stevie Ray Vaughan con il Benagol in bocca. Vado alla cassa, nessun disco esposto: chiedo ad uno dei commessi che mi guarda con la stessa intensità con cui una mucca guarda passare un treno (cit. Stefano Benni, “Saltatempo”), poi chiedo al capo reparto che parte a razzo verso la console, da cui estrae e mi riporta raggiante un cd grigio senza alcuna indicazione scritta sopra. Alla mia richiesta di chi fosse quel cd nessun sa rispondere, visto che il contenitore non si trova più: folgorato da una intuizione tecnologica, costringo il caporeparto a mettere il cd in un computer, aprire Windows Media Player e far riconoscere il cd mediante il servizio Gracenote, che si scarica da internet i possibili titoli corrispondenti ad un elenco di canzoni di una certa durata. Emerge che il disco si intitola “Continuum” ed è di un certo John Mayer, nome che non mi suona nuovo ma che non associo a nulla di musicale.
Decido di acquistare il cd, a mio avviso il brano merita davvero:
La soddisfazione di aver superato in intraprendenza di vendita un caporeparto di un media store di tutto rispetto mi fa tornare a casa molto più contento, riesco persino a ricordare dove avessi sentito quel nome (una notizia di gossip in cui si citava John Mayer come il possibile consolatore di Jennifer Aniston dall’abbandono di Brad Pitt, addirittura!): ma la vera sospesa è stato ascoltare tutto il cd.
Erano oramai anni che dovevo scovare un chitarrista dotato di una buona vena blues e in grado di scrivere canzoni se non eccellenti almeno gradevoli: l’album ne contiene dodici, tra cui la cover della hendrixiana “Axis: Bold As Love”, tanto per marcare il territorio chitarristico. Ma il brano migliore è la terza traccia, “Belief”, un bel brano rock vagamente blueseggiante con un eccellente assolo di chitarra. Potete trovare su youtube una miriade di esibizioni dal vivo del giovinotto di bell’aspetto, la cui voce non sarà quella del povero Stevie Ray Vaughan, ma il video migliore che potete trovare di questa canzone è il seguente, seppur leggermente diversa da quella presente sul disco:
Ho poi integrato la discografia del buon giovinotto con gli altri suoi dischi, che però non sono a mio avviso all’altezza di questo; tra i brani degli altri album, da segnalare questa qui (in versione live, anche questa):
Il 2010 per me è stato un anno molto particolare e tra le cose che mi sono accadute, due sono state particolarmente significative: la nascita di mio figlio e, dopo 3 mesi, la morte improvvisa di mio padre. In entrambi i casi le emozioni sono state fortissime, come potete ben immaginare, e non saprei nemmeno dire quale dei due eventi mi abbia segnato di più. A rendere le emozioni più forti ci sono state le coincidenze meteorologiche di una splendida giornata, calda di fine estate per la nascita di mio figlio, e freddissima di una settimana invernale di tramontana per la morte di mio padre.
Molti diranno che è la ruota della vita, un vecchio che se ne va per far posto ad una giovane vita, ma è un luogo comune fin troppo consumato quando si usa sulla pelle degli altri: vivendolo sulla propria pelle ci si accorge di quanto sia profondo il legame col proprio padre, consolidato da almeno un paio di decine di anni di convivenza, e quanto sia invece incerto e sconosciuto il legame col proprio figlio, un essere umano indifeso e delicatissimo, che richiede una dedizione assoluta e che ti ripaga con un amore incondizionato. A dire la verità anche mio padre, negli ultimi mesi, si era trasformato in un essere delicato e per quanto i suoi 76 anni gli avessero fornito difese contro gli attacchi del mondo più che sufficienti, a me sembrava sempre più indifeso: si commuoveva sempre più frequentemente di quanto non avesse mai fatto, lui che comunque era una persona sensibilissima e dalla lacrima facile; la nascita di mio figlio (suo secondo nipote), poi, aveva scatenato ancor di più la sua tendenza a commuoversi. In questa nuova debolezza degli ultimi tempi l’ho visto molto più simile a mio figlio di quanto non si possa immaginare.
Devo a mio padre tantissimo: non solo il dono della vita, per il quale da cattolico credente mio padre s’è sempre sentito solo uno strumento più che un artefice, ma gli sono debitore di tante piccole cose che mi hanno fatto essere quello che sono. Non saprei nemmeno da dove cominciare, né come ordinarle per importanza, tante sono state, ma visto che qui si parla di musica, ne vorrei citare un paio strettamente legate a questa passione, che anche mio padre aveva.
In tutta la nostra vita, mio padre non ha mai fatto mancare a mio fratello e a me nulla, ma in particolare non ci ha mai negato tutto ciò che potesse stimolare in qualche modo il nostro interesse: la nostra casa è sempre stata piena di libri, ad esempio, e non è mai mancato un quotidiano e un settimanale da cui informarsi su cosa succede nel mondo; soprattutto, mio padre non ci ha mai negato un disco o i soldi per comprare musica sotto ogni forma, e ci ha sempre accontentato quando abbiamo voluto provare a suonare: mio fratello ebbe un pianoforte e un sassofono, io iniziai con un’armonica a bocca e poi con una chitarra classica, evolutasi poi in una chitarra elettrica per tornare ad una chitarra folk. Anche mio padre amava a suo modo la musica: ha sempre cantato, in particolare in chiesa nei canti religiosi, e si è sempre interessato a quello che noi ascoltavamo, anche se l’inglese delle canzoni che ascoltavo io per lui era un ostacolo quasi insormontabile: ricorderò però sempre la sua espressione meravigliata di fronte al lungo incipit strumentale di “Shine On You Crazy Diamond” dei Pink Floyd, oppure di fronte alla voce cristallina di Antonella Ruggiero che cantava “Vacanze romane” coi Matia Bazar.
L’eredità di mio padre, ovviamente, non si ferma solo a questo: le altre cose di cui mi sento debitore verso mio padre sono di ben altro spessore e preferisco tenerle per me, come cose preziose. Ma c’è una cosa che lega questa canzone di Peter Gabriel (in particolare una strofa) al modo in cui mio padre mi ha cresciuto e fatto diventare quello che sono:
Remember the breakwaters down by the waves
I first found my courage
Knowing daddy could save
I could hold back the tide
With my dad by my side
Ecco, la sensazione che non sento più, ora che mio padre non è più qui con me, e nonostante i miei 42 anni che dovrebbero garantirmi una certa sicurezza, è quella descritta in questa strofa della canzone: cioè quella di non avere più qualcuno pronto a salvarmi. È strano che questa sia la sensazione prevalente, perché mio padre ha fatto una guardia silenziosa alla mia vita: è stato sempre presente e disponibile, senza mai essere soffocante; ma così facendo, credo, mi ha fatto il regalo più bello della mia vita: quello di darmi la sicurezza, con questa sua silenziosa presenza al mio fianco, di poter fermare persino le maree.
Non so se sarò in grado di fare per mio figlio un decimo di quello che ha fatto mio padre per me, ma mi piace sperare di riuscire a fare da tramite tra mio padre e mio figlio, nel trasmettere quanto più possibile di quello che ho imparato da lui; tramite che mi piace vedere simbolicamente in una delle ultime foto che ho fatto a mio padre insieme a mio figlio: il nonno che guarda sorridendo il nipotino nel passeggino, e il nipotino che ricambia il sorriso, ed io come un invisibile collegamento tra loro a scattare la foto.
Peter Gabriel, dal vivo, canta “Father Son”; il brano è stato pubblicato inizialmente in “Ovo” e poi nella raccolta “Hits”.