King Crimson – Starless

Quando iniziai a suonare la chitarra, precisamente la chitarra elettrica, presi la cosa abbastanza sul serio anche se non avevo nessuno con cui suonare: non potendomi permettere delle lezioni da insegnanti veri iniziai a studiare da autodidatta con tutto quello che trovavo. Agli inizi degli anni ’90 Internet era appannaggio solo dei laboratori di informatica e telecomunicazioni degli atenei, e l’unica fonte di istruzione per autodidatti, in qualsiasi campo dello scibile umano, era il passaparola o in mancanza di qualcuno in grado di passare parola, le riviste specializzate in edicola; per questo motivo, insieme ad un metodo di chitarra e ai dischi che mio padre non mi ha mai fatto mancare, cominciai a leggere riviste come “Guitar Club” e “Chitarre”, dove si parlava di chitarre meravigliose, di effetti e amplificatori e soprattutto dove venivano pubblicati articoli su chitarristi più o meno famosi con le intavolature di loro brani salienti. In quel periodo ero in trip per i grandi chitarristi rock blues come Eric Clapton e Jeff Back, con deviazioni sul rock più duro di Led Zeppelin e Deep Purple. Poi avevo i dischi dei Genesis, degli Yes e dei primi Marillion solo da ascoltare, in quanto pressoché insuonabili da soli.
Queste riviste ogni tanto mi permettevano di scoprire nuovi orizzonti, con gruppi scomparsi e quasi dimenticati, e altri ancora attivi ma difficilmente rintracciabili sulle radio e nei programmi televisivi. Tra i tanti suggerimenti che uscivano da quelle pagine, un chitarrista in particolare ha solleticato la mia curiosità per numeri e numeri: Robert Fripp. A chi non ha molta dimestichezza con la musica degli anni ’70, questo nome non dirà nulla, forse il nome King Crimson potrebbe essere loro già più familiare.
Dagli articoli presenti in quelle riviste sbucavano foto di un gentleman con occhialetti rotondi che difficilmente si sarebbero adattati alle immagini di rocker col torso villoso bene in vista come Robert Plant o Richard Blackmore, e un sorriso simpatico; dagli articoli, inoltre, si intuiva che questo Robert Fripp non era esattamente un musicista come lo intendevo io: si parlava di concerti eseguiti dietro dei separè per non mostrarsi al pubblico, di scuole di meditazione e cose che non riuscivo nemmeno a legare alla parola rock. Ricordavo però il nome del gruppo King Crimson come appartenente ad un generico insieme di rock cosidetto “progressive”, la cui definizione mi è tuttora quasi oscura. Insomma mettevo questo gruppo nello stesso calderone di Genesis, Yes, Gentle Giant e così via. Sempre leggendo le riviste si riusciva anche a ricostruire una discografia minima ed essenziale di ciascun personaggio che veniva presentato.
Leggendo quindi un articolo su Robert Fripp, ricavai una discografia da comprare, prima o poi, ed essendo di formazione tipicamente scolastica, partii dal primo disco dei King Crimson, “In the court of the Crimson King”.
Il sospetto di qualcosa di strano mi era venuto guardando la copertina (il disegno del viso di un uomo che grida), ma l’ascolto delle prime note fu un vero shock. L’incipit di “21st Century Schizoid Man” è qualcosa di terrificante per chi si aspetta una musichetta sullo stile di “Trespass” dei Genesis, più o meno dello stesso periodo. La voce distorta e un ritmo aggressivo sono un pugno nello stomaco, che poi viene mitigato da tutto il resto, splendido, del disco. E anche il modo di suonare la chitarra di Fripp è qualcosa di straniante, soprattutto per chi è abituato al più ad un giro di blues. Devo dire la verità, dopo quell’ascolto non diedi seguito all’esplorazione della discografia dei King Crimson e li riposi nel dimenticatoio, anche se ogni tanto dalle riviste specializzate mi si riproponeva il faccione tranquillo di Robert Fripp, che non lasciava certo presagire il ritmo ansiogeno di quell’incipit.
Ritrovai i King Crimson qualche anno più tardi su una bancarella dell’usato dove trovai quasi tutta la discografia a pochi euro: comprai per intero, tirando anche sul prezzo, quel pacchetto che comprendeva sia dischi più recenti come “Beat” e “Discipline” che il seguito di quella discografia così brutalmente interrotta: “In The Wake of Poseidon”, “Lark’s Tongues in Aspic” che tradotto dovrebbe significare più o meno “Lingue di allodola in gelatina”, tanto per capire che tipo dovrebbe essere stato Fripp, “Island”, “Lizard” dalla copertina bellissima e, soprattutto, “Red”.
Copertina nera, ritratto dei tre elementi del gruppo con luce radente, e solo cinque brani: il brano che dà il titolo all’album è un pezzo strumentale tiratissimo, ma tutto l’album è un cambio di marcia rispetto al passato fatto di mellotron, sintetizzatori, violini e atmosfere rarefatte (tranne “21st Century Schizoid Man”, ovviamente). Questo è rock cattivo, e la copertina scura dà una perfetta indicazione del contenuto.
Ma la perla dell’album, a mio avviso, è “Starless”. Va fatta attenzione, nello scegliere i dischi dei King Crimson, perché il titolo di un brano potrebbe essere confuso con quello di un album, oppure perché si potrebbe trovare un brano dallo stesso titolo in album molto diversi e pubblicati anche a dieci anni di distanza (è il caso delle varie “Lark’s Tongues in Aspic” le cui parti sono presenti sia nell’omonimo album che in “Three of a perfect pair”, pubblicato dopo dieci anni); “Starless” è un brano di “Red”, mentre “Starless and Bible Black”, oltreché un verso della canzone “Starless” stessa, è il titolo dell’album precedente a “Red”.
“Starless”, dicevo: un brano all’inizio etereo e sognante, in cui al basso e alla voce di John Wetton fanno da sottofondo caldo e morbido una melodia creata dal sustain della chitarra di Fripp e dal tappeto di sintetizzatori e archi già ben noti ai fan dai primi dischi. La melodia si ripete per tre strofe, poi inizia il delirio: una chitarra lancinante che ripete una nota per qualche minuto, poi cresce di tono, si ripete ancora per qualche minuto e poi sale ancora, nel crescendo di basso e della batteria di Bill Bruford fino ad esplodere nel finale monumentale con la melodia iniziale tirata a mille e con il supporto del sax soprano di Mel Collins. L’ultimo minuto del brano è un orgasmo di ritmo e melodia, chiudendo un vero paradigma di rock progressive, tanto da sembra la conclusione di un viaggio nello spazio, dove si è stati cullati dalla melodia iniziale e dopo aver attraversato il campo di asteroidi della parte centrale del brano. Ovviamente anche “Starless”, come tutti gli altri brani dei King Crimson in cui è protagonista la chitarra di Fripp, è praticamente impossibile da suonare, ma quando l’ho scoperto, per fortuna, avevo già appeso la chitarra al chiodo.
Dopo “Red” i King Crimson cambiarono pelle mille altre volte, Fripp divenne sempre più confusionario nella ricerca della sua identità chitarristica, ma all’inizio degli anni ’80 il Re Cremisi risorse nel suo nuovo corpo, più solido e meno artificiale, fatto dal basso di Tony Levin e dalla voce e la chitarra di Adrian Belew; Bruford continuò ad accompagnare Fripp e nelle sporadiche riapparizioni del Re Cremisi è sempre lì a percuotere le sue pelli. Ancora oggi la formazione è in perpetuo mutamento, ruotando sui perni fissi Fripp e Bruford, e ogni tanto sfornano dischi da titoli e dalle melodie criptiche e scure.
Quella che segue è una rara ripresa dell’esecuzione dal vivo ad una televisione francese.
Parte prima

Parte seconda

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